a cura della Dott.ssa Gabriella Ressa – Ufficio stampa A.I.FI. Puglia 

SEN. D’AMBROSIO LETTIERI
XII COMMISSIONE IGIENE E SANITÀ DEL SENATO

Sen.D'Ambrosio_Lettieri

Sen. D’Ambrosio Lettieri

Il periodo che stiamo vivendo risulta particolarmente difficile per la sanità, che in ogni Regione costituisce una delle voci più importanti del capitolo di spesa. Anche in Puglia si dibatte di bisogni, necessità, diritti del cittadino. Abbiamo intervistato il Senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri (Conservatori e Riformisti italiani), presidente dell’Ordine interprovinciale dei Farmacisti di Bari/BAT e componente della 12^ Commissione permanente Igiene e Sanità, che ha prontamente accettato di rispondere alle nostre domande.


La Riforma Sanitaria Nazionale si basa su prevenzione, cura e riabilitazione. Quanto è importante investire nella riabilitazione? E in questo senso come si attesta la Puglia rispetto alle altre Regioni?
La parola riabilitazione deriva dal latino ri-habeo che significa avere di nuovo, ripossedere. Ogni persona, qualunque sia la patologia che la affligge, ha diritto a riavere una vita dignitosa. E lo Stato, nell’ambito di una sanità fondata sui principi di solidarietà, universalità ed equità ha il dovere di restituirgliela. Le attuali prestazioni professionali rese nell’ambito della riabilitazione fisica, anche con riferimento ai LEA, devono essere necessariamente adeguate al quadro epidemiologico di riferimento. si deve tenere conto, ad esempio che le dinamiche demografiche segnano un significativo aumento delle aspettative di vita e che la nostra è una medicina che cura sempre di più e guarisce sempre di meno: il capitolo delle cronicità, legato alle esigenze di cura e assistenza della terza e della quarta età trovano proprio nel “Capitolo Riabilitazione” un punto di particolare criticità che un nuovo modello di governance della nostra sanità deve considerare prioritario. Se si considera, inoltre che le patologie cronico degenerative – dalla demenza all’Alzheimer – hanno un preoccupante trand in aumento, appare necessario e irrinviabile un piano straordinario di intervent. In questo senso il valore sociale, etico e anche economico della riabilitazione è di assoluto rilievo.

Secondo lei l’incremento dell’assistenza domiciliare integrata può contribuire a ridurre il ricorso all’ospedalizzazione e quindi alla riduzione dei costi per il SSR?
Certamente sì. Se nei prossimi anni la domanda di servizi socio-sanitari e la relativa spesa pubblica e privata saranno destinate ad aumentare, ciò sarà vero soprattutto per l’erogazione di servizi di assistenza continuativa (long-term care). L’Italia non ha ancora colmato il gap che la separa dal resto dell’Europa in merito all’offerta di servizi e strutture per il long term care, evolvendo allo stesso tempo verso maggiori standard di efficacia e garantendo la sostenibilità finanziaria delle cure.
Nel nostro Paese, in più della metà dei casi (64%) è la famiglia ad occuparsi della cura e dell’assistenza della persona anziana affetta da patologie croniche. Non a caso, l’Italia è il Paese dell’area OCSE con la più elevata percentuale di familiari che prestano assistenza a persone anziane o disabili in modo continuativo. Le famiglie devono così provvedere all’anziano in modo autonomo, ricorrendo al supporto informale dei figli (89% dei casi) e/o di assistenti familiari (il 60% ricorre alle cosiddette badanti): ciò comporta un impegno in termini di tempo e di risorse finanziarie, senza contare che spesso le famiglie sono costrette ad assumere personale attraverso canali “informali”, spesso con forme diffuse di irregolarità lavorativa e senza garanzie sulla loro professionalità e affidabilità.
Si tratta di una prospettiva che richiede un rafforzamento del ruolo della prevenzione, una profonda integrazione socio-sanitaria, una rimodulazione dell’offerta assistenziale a favore del mantenimento della persona al proprio domicilio. In questa ottica, la riorganizzazione della rete ospedaliera dovrebbe accompagnarsi al potenziamento di strutture di degenza post-acuta e di residenzialità, ad uno sviluppo dell’assistenza territoriale che agevoli la dimissione al fine di minimizzare la degenza non necessaria, favorendo contemporaneamente il reinserimento nell’ambiente di vita e il miglioramento della qualità dell’assistenza al domicilio del paziente.
L’assistenza e la cura delle persone non autosufficienti, in particolare anziani e disabili, costituisce oggi uno degli aspetti più urgenti su cui intervenire. Le alterne vicende del Fondo Nazionale per la non autosufficienza (passato da 400 milioni nel 2010 a zero nel 2012 e poi ripristinato sull’onda delle proteste dei malati di Sla) costituisce un grave pregiudizio per il benessere delle persone e non rappresenta un vero risparmio per il bilancio pubblico. La riduzione degli interventi rischia infatti di spingere le persone non autosufficienti a chiedere assistenza negli ospedali e nelle strutture sanitarie, producendo maggiori oneri economici per la sanità pubblica che potrebbero essere evitati o comunque ridimensionati con l’assistenza domiciliare, semiresidenziale e residenziale socio-sanitaria.

Senatore quanto è importante per una professione sanitaria essere rappresentata da un Ordine professionale?
Gli Ordini e la loro funzione pubblicistica, dunque di controllo, rappresentano una garanzia fondamentale per i cittadini, tanto più nelle professioni che investono l’area sanitaria, per motivi facilmente intuibili. Garanzia di una assistenza di qualità, competente e professionale, eticamente tracciabile. E’ necessario ricordare che vi è una diversità tra attività professionale e attività imprenditoriale in senso stretto, in quanto la prima non può rispondere solo alle logiche di mercato, né può dipendere da esse. L’attività professionale viene svolta nel rispetto di norme deontologiche, a tutela del soggetto nell’interesse del quale la prestazione è resa, secondo i principi di responsabilità, autonomia, indipendenza. La dimensione etica, di appropriatezza, di efficienza e di efficacia sono le cifre distintive dell’attività professionale, soprattutto quando coinvolge azioni che incidono su diritti del cittadino di rango costituzionale, come la difesa in giudizio e la salute.

Come può un Ordine professionale garantire la salute dei cittadini?
Garantendone il diritto a ricevere prestazioni professionali dai soggetti dotati dei requisiti per fornirli, innanzitutto. L’Ordine è il garante del possesso di tali requisiti ed è anche l’ente pubblico che vigila sulla qualità delle prestazioni erogate a beneficio del paziente-utente. Non va dimenticato inoltre il ruolo fondamentale che gli ordini svolgono nell’ambito dei percorsi formativi postlaurea necessari a garantire un costante adeguamento del patrimonio dei saperi che deve essere sempre coerente con i progressi scientifici e con la domanda di salute.

Secondo lei come si può contrastare l’elevato abusivismo in fisioterapia?
Il fenomeno dell’abusivismo professionale è una delle criticità che, soprattutto nell’ambito delle professioni sanitarie è tenuta sotto controllo in particolar modo dagli ordini professionali e dai carabinieri dei NAS. Tanto maggiore è l’abusivismo professionale quanto più labile e lacunoso è il quadro normativo che disciplina ogni singola professione. Nell’ambito della fisioterapia, ad esempio, in assenza di un ammodernamento complessivo delle norme di riferimento e del mancato riconoscimento del relativo albo professionale, troppo spesso evocato e ma ancora non costituito si registrano numerosi fenomeni di abusivismo che rappresentano un pregiudizio per i profili di tutela di salute dei cittadini. Per ora vanno intensificate le attività di controllo che devono essere richieste alle competenti autorità di polizia giudiziaria.

Il Ddl 1324 in discussione alla XII commissione igiene e sanità prevede l’istituzione degli ordini delle professioni sanitarie, qual è lo stato dei lavori?
In proposito i lavori presso la competente Commissione di merito (XII commissione igiene e sanità) si sono svolti con efficienza e tempestività registrando un proficuo confronto fra le varie forze politiche che hanno presentato numerose proposte emendative da troppo tempo poste all’esame della Commissione Bilancio.

L’art 5 della legge 43/06 prevede l’istituzione di nuove professioni sanitarie. Perché alcuni emendamenti al ddl 1324 ne propongono alcune senza tener conto della legge già esistente?
L’art. 5 della legge 45/06 disciplina le modalità di individuazione delle nuove professioni in ambito sanitario, prevedendo espressamente che tale individuazione “avviene in sede di recepimento di direttive comunitarie ovvero per iniziativa dello Stato o delle regioni, in considerazione dei fabbisogni connessi agli obiettivi di salute previsti nel Piano sanitario nazionale o nei Piani sanitari regionali, che non trovano rispondenza in professioni già riconosciute”, rimandando la materia ad accordi sanciti in sede di Conferenza Stato-Regioni e vincolandola ad un “parere tecnico-scientifico, espresso da apposite commissioni, operanti nell’ambito del Consiglio superiore di sanità, di volta in volta nominate dal Ministero della Salute”.
Ritengo che sulla base di queste motivazioni siano stati presentati alcuni emendamenti al Ddl 1324, finalizzati al riconoscimento di nuove professioni in ambito sanitario.