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E’ noto a tutti che la richiesta di aprire la partita IVA, e di accettare dunque un contratto di consulenza con prestazioni di lavoro retribuite dietro presentazione di fattura, è ormai una prassi molto frequente, che configura la forma di lavoro precario meno tutelata di tutte. Spesso la mono-committenza indica che la partita Iva è falsa, mascherando un lavoro da dipendente. Una prima valutazione di questo fenomeno è stata fatta dal Laboratorio politiche sociali del Politecnico di Milano: la sanità è al terzo posto tra i settori produttivi in cui si registrano più false partite iva e il fenomeno interessa molti fisioterapisti.

Di seguito si riporta l’articolo apparso sul Corriere della Sera il 20 giugno 2014.

 

  

Si discute molto delle false partite Iva e della necessità di ricondurre a norma il lavoro dipendente mascherato da autonomo. I sindacati hanno fatto partire una campagna di denuncia e la legge Fornero prevede un iter di repressione (che ha dato scarsi risultati), ma quanto è largo il fenomeno? Quante sono?

 

Un prima valutazione quantitativa proviene da uno studio ultimato da Costanzo Ranci e Lara Maestripieri del Laboratorio politiche sociali del Politecnico di Milano: i loro dati dicono che le false in realtà non sono più del 12% del totale delle partite Iva. Su oltre 3 milioni di lavoratori autonomi individuali i “maschierati”non sarebbero più di 400 mila. Ma come si stabilisce che siamo in presenza oppure no di vero lavoro autonomo?

 

Secondo Ranci, autore tra l’altro del libro “Le partite Iva”, non basta essere mono-committenti, un criterio usato invece dalla legislazione spagnola. “Sono le condizioni di lavoro ad essere dirimenti. Dover sottostare a vincoli di subordinazione costituisce una limitazione dell’indipendenza e i vincoli più chiari sono due: un orario di lavoro inderogabile e l’obbligo di svolgere l’attività in una postazione messa a disposizione dal datore di lavoro”.

 
Le figure professionali che più rispondono a queste caratteristiche sono concentrate in alcuni settori: immobiliare, edilizia, servizi informatici e persino sanità pubblica. I dati Istat elaborati da Maestripieri portano a dire che sono false partite Iva circa 95 mila agenti mono-mandatari di intermediazione commerciale e immobiliare così come circa 55 mila addetti all’edilizia con mansioni dal manovale all’impiantista.

 

Idem per 30 mila i tecnici che offrono servizi legali o informatici esternalizzati dalle aziende, altrettanti professionisti a bassa-media qualificazione che finiscono in una posizione molto precaria. Un’altra concentrazione di false partite Iva la si può rintracciare nel campo dei servizi alla persona come centri massaggi o di fisioterapia. Infine si stima che almeno 30 mila addetti della sanità pubblica siano delle false partite Iva. Medici e paramedici che lavorano per ospedali, Asl e Inps.

 

L’identikit delle false partite Iva suggerisce che quasi due terzi hanno più di 40 anni e lavorano da autonomi da almeno 5 anni, non sono giovani alle prime armi ma vantano un’ esperienza prolungata, un terzo ha la licenza elementare e il 20% è laureato. L’orario di impegno è in media di 36 ore la settimana, anche se una quota pari a un sesto lavora part time. “Il loro profilo è del tutto simile a quelle della altre partite Iva, a renderli più deboli è la posizione che occupano. Rappresentano la scala più bassa del lavoro autonomo”.

 

Individuate le false partite Iva bisogna fare attenzione a quella che si configura come un’area grigia, meno decifrabile. Ci sono 1,5 milioni di lavoratori autonomi che sperimentano qualche vincolo nello svolgimento dell’attività, non tale da pregiudicarne l’autonomia ma che comunque ne limita l’operatività.
“I falsi sono la punta di un iceberg molto più ampio dentro il quale l’organizzazione dell’economia post-industriale mescola autonomia e dipendenza, mono e pluricommittenza, sovvertendo l’idea tipica del secolo scorso che il mondo del lavoro sia facilmente divisibile in due parti, come fosse una mela”. La realtà è che sub-fornitura, frantumazione del processo produttivo e proliferazione dell’intermediazione rendono sempre più ampia l’area grigia a cavallo tra autonomia e dipendenza. Tirare una riga è quasi impossibile.

 

Il criterio della mono-committenza, infatti, non funziona. Lavorano per un solo cliente circa 750 mila partite Iva e di queste solo un terzo subisce costrizioni stringenti nell’organizzazione del lavoro, tutti gli altri sono liberi e stanno attenti a non informare il datore di lavoro sulla movimentazione del loro portafoglio-clienti. Che fare, allora? Il ministro Giuliano Poletti ha preannunciato l’intenzione di operare una drastica semplificazione: alcuni lavori (metti il muratore o l’infermiere) non potranno più essere a partita Iva.

 

Secondo Ranci nel settore pubblico le “false” dovrebbero essere semplicemente cancellate mentre nel privato l’arma migliore è disincentivare fortemente l’uso del contratto d’opera per prestazioni continuative a 36-40 ore rendendolo sempre meno conveniente rispetto ad altre tipologie contrattuali di lavoro dipendente oppure limitandone l’ambito di applicazione a casi molto specifici.

 
In alternativa si potrebbe favorire l’irrobustimento del terziario per le imprese e dei servizi alla persona per consentire percorsi professionali più ricchi alle partite Iva individuali. “In ogni caso la strategia migliore per limitare gli abusi è quella di prevenirli piuttosto che quella di doverli faticosamente identificare ex post” conclude Ranci.

 

Fonte: Corriere della Sera del 20 giugno 2014, di Dario Vico

 

Corriere della Sera del 20 giugno 2014

Corriere della Sera del 20 giugno 2014